TUTTO
MOLTO DIVERSO
di michele farinelli
Era
tutto molto diverso, lui lo ricordava perfettamente a differenza di tutti gli
altri!
...
“No non sono pazzo, io
mi ricordo… non era così ieri, non so bene cosa… come, ma no no, non era così…
non era così, ma cosa succede!?”.
Su e giù per la casa, strofinandosi
le mani, con moti di andata e ritorno, entrava per poi uscire nuovamente dalle
stanze, senza una meta precisa o un dovere da compiere, un puro vagare… quello
che fa un cane entrando in un ambiente nuovo, lo esplora, avanti e indietro,
come per verificarne e memorizzarne lo spazio. Continuava a ripetere la stessa
nenia, con un sorrisetto nervoso, e la nenia era multipla perché oltre ad
uscire dalla sua bocca, continuava nella testa e continuava e continuava, come
se nella testa ci fosse un eco derivato da un vuoto progressivo che gli faceva
percepire un cambiamento, qualcosa di molto diverso.
Era
improvvisamente tutto molto diverso.
“Eccoli!
Vedi, guarda, guarda come si muovono! Lo sapevo, guarda, guarda come camminano!
Sono pazzi… mi vien da ridere… per fortuna son qui alla finestra… rido… ho la
nausea. Guardali guardali! Non si vedono nemmeno… sono sullo stesso marciapiede
e non si vedono… Quello là, quello gli chiede qualcosa… ma non vedi che ha gli
auricolari!? Non ti sente, non ti può rispondere!! Dai dai, per forza gli vai
addosso, tira su gli occhi da quel telefono! … Mi sembra di essere in quel
film, come è che si chiamava… dai quello che trovava gli occhiali da sole e se
li metteva e vedeva i mostri, la gente diventava mostro… gli occhiali da sole…
Ma dai c’era prima lui per il taxi! E, ma certo con quella valigetta e quel
completino tu non hai mica tempo da perdere… tutti gli altri son nessuno… e tu
che non ti fermi alle strisce, poi da pedone urli a quelli come te, vero!?”…
… “Dov’ero
ieri, che lavoro faccio…? Perché non mi cerca nessuno, perché non suona il mio
cellulare? Nessun messaggio… il segnale c’è… anche la segreteria è vuota,
nessuna mail, niente di niente… che strano… un incubo… uno scherzo… devo stare
calmo, mi vesto, esco”.
La strada
era brulicante di automobili, furgoni e qualsiasi altro mezzo a motore, il
rumore del traffico assordante, l’aria irrespirabile e dai tombini sull’asfalto
uscivano sbuffi di vapore, come se sotto quella crosta nera ci fosse la sede
principale dell’inferno e in superfice la sua succursale. Immobile osservava
tutto quell’agitarsi di persone e cose e di persone dentro a cose, ma lui si
sentì estraneo, come l’uomo che cadde sulla terra, un visitatore da un altro
mondo. Questa sensazione lo pervase con un brivido che gli percorse tutto il
corpo, come a ricordargli che non stava sognando, ma tutto era tremendamente
reale, lui era li, ma fuori dal gioco, come quando scopri il trucco del mago e
ne perdi l’interesse, su di te non ha più influenza, incantesimo rotto. La
quotidianità era diventata ridicola e provava una forte pena per tutte quelle
persone dentro a cose o attaccate ad esse, cose che sembravano avere una
importanza superiore a tutto il resto, cose che avevano il potere di
catalizzare tutta l’attenzione su di loro, dei veri e propri vampiri assetati
d’attenzioni. Non riusciva a ricordare nulla del giorno prima e quale fosse stato
il suo vampiro personale, sentiva solo che era molto più leggero e libero di
vedere e comprendere tutto questo meccanismo sbagliato. Si, si sentiva proprio
leggero, guida di se stesso, non attaccato più a nulla. Si guardò intorno,
volse lo sguardo a quella finestra che poco prima gli faceva da cornice e pensò
che la dentro, oltre a quei vetri, non ci fosse più nulla che potesse
servirgli, chiuse gli occhi, inspirò profondamente inarcando leggermente le
sopracciglia, come se volesse assorbire l’aria dai suoi piedi, trattenne il
respiro per qualche istante e naturalmente espirò, aprì gli occhi e inizio a
camminare.
“Non
posso più vivere in questo posto, ho bisogno di sentire il suono della vita che
scorre dentro e fuori di me e qui non lo sento più. Il cemento e l’asfalto
bloccano tutto e mi hanno tinto l’anima con sfumature del grigio… devo seguire il
canto e farmi guidare”.
Camminò e
viaggiò a lungo, sfruttando ogni mezzo a sua disposizione, incontrò molti
mostri ma anche tante persone che come lui si erano staccate da tutto, abbandonando
i loro vampiri. Queste persone erano il vero carburante del suo viaggio, gli
donavano la forza di procedere e avanzare verso quella sua nuova meta, verso il
canto che cercava.
Si
accorse di essere arrivato quando la natura, che tanto anelava, lo accolse con
una delle sue infinite meraviglie, scorse nel cielo un’aurora polare dai colori
cangianti e li, seppe di essere a casa. Il viaggio lo cambiò oltremodo e decise
di staccarsi anche dal suo vecchio nome, pensò a lungo a come farsi chiamare, doveva
essere un nome in armonia con i suoni del luogo, ma poi ripensando al tempo in
cui stette in viaggio e calcolandolo in un anno esatto, non ebbe più dubbi e da
quel momento, per tutti, fu il signor G.F. Mamglasond. 

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