LA VITA SI FA VIVENDOLA
Incontro con Raimon Panikkar
“La vita è troppo
semplice
per essere facile.
Proprio per questo è
difficile.”
R. Panikkar
Il
testo che segue è una mia trasposizione di un articolo pubblicato dal sito di
CEM-Mondialità dal titolo “Incontro con Raimon Panikkar di Mauro Prando” (per
il testo originale si veda il link http://www.cem.coop/),
un incontro intervista con colui che è stato un filosofo, teologo, presbitero,
scrittore spagnolo, di cultura indiana e catalana, oltre ad essere un sacerdote
cattolico, autore di più sessanta libri (raccolti nella sua opera omnia) e di
diverse centinaia di articoli su religioni comparate e dialogo interreligioso (R.
Panikkar, Barcellona, 3 novembre 1918 – Tavertet, 26 agosto 2010).
Tavertet,
il paese sui pre-Pirenei di 147 residenti dove Panikkar vive, dice già qualcosa
di lui, del suo bisogno profondissimo di silenzio e di bellezza, del desiderio
di stare con se stesso, da monaco, per poter incontrare con la massima
consapevolezza “ogni altro” che gli si presentasse. E ancora oggi incontra
quasi tutti i giorni qualcuno. Tavertet si affaccia sul bordo di un piccolo
altopiano e guarda sul vuoto della vallata, invita alla contemplazione.
Appena
entro nella stanza al piano superiore, completamente tappezzata di libri, sono
accolto da un sorriso, il
sorriso del saggio. Mi avvicino e mi presento con il cuore pieno di
gioia per la possibilità di vivere un incontro che desideravo da molto tempo,
appoggio le mie cose sul tavolo e mi prendo una sedia. Con delicata premura mi
dice: “Mi scusi se la
accolgo così, se non mi alzo. Sono un po’ debole. Ma mi sto riprendendo.”
È steso su una sedia reclinabile, ha le gambe alzate su uno sgabello, coperte
da un plaid. Sotto un cardigan violetto si intravede una tipica camicia di
stile indiano con il collo a fascetta. Mi allunga subito la mano perché
l’incontro non sia segnato solo dalle parole, ma anche dal contatto fisico.
Tutto è coinvolto nell’incontro: il corpo, la parola, lo spirito e … lo
Spirito. Accolgo quel gesto che cerca l’incontro e gli dico il motivo della mia
visita: “Sono venuto a ringraziarla. Ho trascorso alcuni mesi in compagnia dei
suoi libri, ma ho desiderato fin da subito venire di persona per esprimerle la
mia gratitudine per ciò che ha scritto, per ciò che ha vissuto.”
Dopo
la presentazione mi accomodo vicino a Panikkar: “Professore ho terminato da
poco una tesi dal titolo Il
fondamento trinitario del dialogo intercultuale nel pensiero di Raimon Panikkar.
Sono venuto a ringraziarla.” Subito esprime un moto di gioia per la ricerca
fatta dicendo che da moltissimi anni non si considerava più un monoteista: “Sa, la mia fede è trinitaria, io vedo
veramente la Trinità nella realtà.” E subito quella gioia sposta le
parole dalla tesi all’incontro: “Grazie
che è venuto a trovarmi, grazie veramente, sono proprio felice. È comodo su
quella sedia?” Il mio ospite ha integrato in modo armonico una
straordinaria capacità intellettuale con la tenerezza dell’accoglienza e dell’incontro.
Panikkar
ha 92 anni e la sua condizione di salute si presenta un po’ precaria. Forse
anche per questo usa le parole non per costruire lunghi discorsi argomentati,
ma solo per brevi reazioni alle mie sollecitazioni. Non ha molto fiato, ma non
solo per questo ogni parola è sempre preceduta da qualche attimo di silenzio.
Molte volte nei suoi scritti afferma: “La
parola è l’estasi del silenzio!” Un parola che non sia nata dal
silenzio è senza energia, è vuota! In effetti tutto il nostro incontro è trapuntato
da silenzi e parole. Da quel silenzio che costruisce l’incontro con lo sguardo
di occhi ancora vivaci esce improvvisa una frase: “La vita è troppo semplice per essere facile. Proprio
perciò è difficile.” “Intuisco il senso, ma mi aiuti a capire meglio.”
Sorride con benevolenza e con qualche altra parola ribadisce come la vita sia
di per sé semplice, abbia solo bisogno di essere vissuta, di essere lasciata
scorrere, fluire. Siamo noi che la complichiamo, che pretendiamo sia diversa da
come è, non riusciamo a credere alla sua semplicità, e proprio questo la rende
difficile. “Professore avevo pensato di registrare questo incontro. Cosa dice?”
Mi risponde, con un sorriso e dopo il solito attimo di silenzio: “Non amo essere registrato, se uno
insiste lo tollero.” Quella sua affermazione netta esprime la sua
concezione di incontro: non può funzionare se qualcuno pretende di oggettivare
l’altro, ciò che lui chiama “epistemologia del cacciatore”. Il massimo
dell’incontro e del dialogo si ha tramite la presenza concreta delle persone
interessate.
Il
discorso si sposta: “Cosa intende per ‘mistica’ che ha messo come primo volume
dell’opera omnia?” “La
mistica è la conoscenza profonda, integrale della Realtà, della Vita stessa.”
Prosegue la comunicazione con un semplice sorriso. “E come è possibile che la
mistica sia stata relegata ad esperienza di pochi e che anche la riflessione
spirituale abbia avvallato questa visione riduttiva?” Con lo sguardo alla
ricerca della mia sorpresa per un’espressione in perfetto gergo romano esclama:
“Fregnacce!”
Segue una risata simpaticamente liberatoria. Con poche altre parole esprime
come quella visione non sia accettabile per lui e che la mistica è l’esperienza
che tutti possono fare se entrano in pienezza nel flusso della vita. Chiedo:
“Come si fa … a fare esperienza piena della vita, come si fa a crescere nella
visione trinitaria della realtà.” La risposta mi lascia sbigottito: “Sbrigati!”. Non capisco. “Vede, mi ha chiesto “come” si fa …
non c’è “come”. Si fa facendo, la vita si fa vivendola. In ogni caso è
comprensibile la domanda, per certi versi è primordiale, anche Maria ha chiesto
il come, ma poi l’angelo l’ha invitata a non temere e a fidarsi.” E
prosegue: “La vita è bella
proprio perché ogni giorno è nuovo, sempre inedito, ogni giorno è una realtà
unica. Pensi che questo giorno non l’ha mai vissuto nessuno e che tutto ciò che
sto vivendo è nuovo. È meraviglioso.”
Gli
chiedo: “Professore quando una persona inizia a dire qualcosa di nuovo nella
vita, qualcosa di veramente suo e quando invece ripete semplicemente parole di
altri?” La risposta è sempre piena di energia vitale: “È vero noi ripetiamo molto nella
vita, ma la risposta è sempre quella: sbrigati! Non c’è un come o un quando. È
bene iniziare a dire le proprie parole senza aspettare, ma facendo in modo che
siano cariche di silenzio.”
Tento
un piccolo aggancio con l’attualità: “Non so se ha sentito che verrà il papa
per la consacrazione della Sagrada famiglia? Cosa gli direbbe se potesse
incontrarlo? A che punto è la Chiesa cattolica in relazione al dialogo
interculturale e interreligioso?” Mi dice di non sapere di questa visita del
papa e mi risponde in due tempi: “La
chiesa siamo noi” quasi a voler dare la chiave ermeneutica delle
parole successive. Poi prosegue: “In
ogni caso siamo messi male, c’è troppa paura. Anche lo stesso Ratzinger è
bloccato dalla paura, io lo conosco da quando insegnava a Ratisbona. È un uomo
con un’intelligenza sopraffina, ma ha paura. La Chiesa sta vivendo di paura, è
in una grave crisi di fede.”
Un
colpo di tosse lo interrompe. La conversazione si sposta sul Tavertet, un posto
incantevole circondato da cime non altissime, ma belle e ora imbiancate dalla
tardiva nevicata. Mi confida della sua ottima conoscenza di quei monti. Poi
s’illumina nel volto e si ricorda di un importante pellegrinaggio fatto a ben
76 anni di età: “Ho fatto
anche un pellegrinaggio sul monte Kailasa, sull’Himalaya. Non sapevo se sarei
tornato con la vita o senza vita!” “Mi dica qualcosa di
quell’esperienza.” Con prontezza afferma che un pellegrinaggio è un’esperienza
talmente profonda che non può essere detta, ma solo vissuta. Torno all’oggi: “E
come passa le sue giornate?” “Leggo,
forse troppo … E penso.” Proseguendo con un sorriso.
Gli
consegno una copia della tesi e gli chiedo un autografo. Di fronte alla pagina
bianca, la mano un po’ tremante e la vista incerta dice sorridendo: “Mi fa paura una pagina tutta bianca.”
La firma non è molto leggibile e a voce mi lascia l’augurio: “Che la lettura sia feconda.”
Mentre
lo saluto Panikkar mi prende la mano e me la bacia. Mi viene spontaneo fare lo
stesso gesto con la sua e chiedergli la benedizione. Mi traccia un piccolo
segno di croce sulla fronte accompagnato da sole due parole: “Questo basta.” Ho chiesto
che pregasse per me e allo stesso modo lui ha chiesto la mia preghiera per lui.
(Tavertet, 11 marzo 2010)
-Vista dallo studio di
R. Panikkar – Can Felò – Tavertet (Catalunya).



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