Nell'attesa di un amore ultraterreno, inizia con l'amare te stesso in questo mondo.
“Ognuno può e deve fare del materiale vivente della sua personalità, non importa se marmo, argilla o oro, un oggetto di bellezza in cui possa manifestarsi adeguatamente il suo Sé spirituale”. (R. Assagioli – fondatore della psicosintesi)
mercoledì 29 giugno 2016
sabato 25 giugno 2016
RESPIRO L’UNIVERSO CHE MI RESPIRA
Pratica di meditazione consapevole
di Michele Farinelli
di Michele Farinelli
Respiro l’universo che mi respira...
In questa meditazione di consapevolezza metto in relazione il mio respiro con il respiro dell’universo.
Trovo uno spazio, un luogo, che mi permetta di stare tranquillo, siedo in una posizione comoda che mi consenta di mantenerla il più a lungo possibile.
Schiena diritta, nuca come appesa ad un filo che la tira dolcemente verso l’alto, mento leggermente ritratto verso lo sterno e occhi chiusi, inizio ad espirare ed inspirare dal naso, immaginando di convogliare tutta l’aria nella pancia, in un punto a circa due dita sotto l’ombelico. Nella respirazione, calma e profonda, è la pancia che entra ed esce, mentre le spalle devono restare ferme, non si devono alzare ed abbassare. Espiro ed inspiro, in silenzio, il rumore dell’aria che attraversa il naso, deve essere impercettibile, i maestri dicono che mettendo una piuma sotto il naso, questa non deve muoversi.
Il respiro, lentamente, diventa tranquillo e profondo e con lui tutto me stesso.
I pensieri che affollano la mia mente, li lascio fluire, come l’acqua di un torrente, io seduto in quiete sulla riva, li osservo passare, come nuvole nel cielo, non li afferro, non li esamino, non li sviluppo, apro le mani del mio pensiero e lascio andare. Mollo la presa.
Mi concentro solo sul respiro che entra ed esce, sul mio legame con l’universo, lo spazio circostante e tutto ciò che esiste.
L’universo espira la mia inspirazione e io espiro la sua inspirazione. Devo immaginare due piccoli palloncini collegati insieme, in modo che uno si sgonfia leggermente passando l’aria all’altro gonfiandolo e in risposta quest’ultimo passa l’aria al primo, nel ciclo continuo del respiro.
“Respiro l’universo che mi respira” è pienezza consapevole di essere parte inestricabile di tutto ciò mi circonda.
Continuo la pratica di questa respirazione per il tempo a mia disposizione, ma almeno per 10 cicli respiratori, contando mentalmente 1 ogni volta che espiro/inspiro, 2 espiro/inspiro [...] fino a 10 e se perdo il conto ricomincio da 1.
Un po alla volta, con un po di pratica, tutte queste istruzioni diventeranno automatiche e una volta seduto, tutto avverrà da se.
Quando penso sia giunto il momento di chiudere la mia meditazione consapevole, riapro leggermente gli occhi senza mettere a fuoco l’ambiente circostante e poco a poco, ritorno alla presenza della mia posizione seduta, mi ringrazio per il tempo che mi sono concesso e lentamente, rialzandomi, torno alla mia quotidianità.
Meditate gente, meditate... :-)
P.S. nel periodo estivo, o nella bella stagione è molto indicato praticare all’aperto questa meditazione... in giardino, al parco, su una panchina, in collina, al lago, in montagna.. una volta acquisito il metodo, posso “tornare” al respiro consapevole, camminando, lavando i piatti, prima di dormire...
venerdì 17 giugno 2016
PIENEZZA
PIENEZZA
di Michele FariNelly
Mindfulness è la traduzione di "sati" che in lingua pali (il linguaggio utilizzato dal Buddha per i suoi insegnamenti) significa essenzialmente consapevolezza, attenzione, attenzione sollecita. Queste qualità dell'essere possono venire coltivate attraverso la meditazione. (fonte Wikipedia)
È curioso notare come nel mio dialetto ferrarese, la parola “sati”, voce del verbo sapere (savér), viene usata nella forma interrogativa sai tu?, lo sai? (sati?). Sati?, è una falsa forma di interrogazione che contiene in se la risposta, ravvisabile in ciò che è stato espresso in precedenza e serve quindi ha sollecitare-stimolare attenzione consapevole nell’interlocutore a cui si rivolge (es: è molto pericoloso usare il cellulare alla guida, lo sai? – sati?), questo è un tipico esempio di quello che io chiamo, riscoprire il senso della vicinanza.
Riscoprire il senso della vicinanza è come muoversi un po’ nell’acqua calda, dopo una lunga immobilità e accorgersi che l’acqua che si percepiva tiepida, in realtà è ancora calda, quindi un riscoprire “vitalità”, che si riteneva sopita, proprio nel tessuto sociale-culturale che ci ha cullati e cresciuti (tessuto, formato da fili-saperi-usanze inscindibili, che si combinano in modo compatto, pena lacerazione-rottura del tessuto medesimo), accreditando a noi stessi il nostro personale sentire, allontanandoci da etichette-definizioni che inducono, comunque, ad aderire ad una idea-pensiero di altri, discostandosi dalle quali implica il dover trovare un nuovo ambito, una nuova etichetta-definizione.
La parola d’ordine è quindi, accreditare se stessi e il proprio sentire, a Km 0… che dista un respiro.
Sentire implica riflessione continua, ascolto, meditare su ciò che “nutre” per allontanare invece ciò che “disperde”, con pienezza (fulness), nel qui e ora, nell’onlife.
di Michele FariNelly
Mindfulness è la traduzione di "sati" che in lingua pali (il linguaggio utilizzato dal Buddha per i suoi insegnamenti) significa essenzialmente consapevolezza, attenzione, attenzione sollecita. Queste qualità dell'essere possono venire coltivate attraverso la meditazione. (fonte Wikipedia)
È curioso notare come nel mio dialetto ferrarese, la parola “sati”, voce del verbo sapere (savér), viene usata nella forma interrogativa sai tu?, lo sai? (sati?). Sati?, è una falsa forma di interrogazione che contiene in se la risposta, ravvisabile in ciò che è stato espresso in precedenza e serve quindi ha sollecitare-stimolare attenzione consapevole nell’interlocutore a cui si rivolge (es: è molto pericoloso usare il cellulare alla guida, lo sai? – sati?), questo è un tipico esempio di quello che io chiamo, riscoprire il senso della vicinanza.
Riscoprire il senso della vicinanza è come muoversi un po’ nell’acqua calda, dopo una lunga immobilità e accorgersi che l’acqua che si percepiva tiepida, in realtà è ancora calda, quindi un riscoprire “vitalità”, che si riteneva sopita, proprio nel tessuto sociale-culturale che ci ha cullati e cresciuti (tessuto, formato da fili-saperi-usanze inscindibili, che si combinano in modo compatto, pena lacerazione-rottura del tessuto medesimo), accreditando a noi stessi il nostro personale sentire, allontanandoci da etichette-definizioni che inducono, comunque, ad aderire ad una idea-pensiero di altri, discostandosi dalle quali implica il dover trovare un nuovo ambito, una nuova etichetta-definizione.
La parola d’ordine è quindi, accreditare se stessi e il proprio sentire, a Km 0… che dista un respiro.
Sentire implica riflessione continua, ascolto, meditare su ciò che “nutre” per allontanare invece ciò che “disperde”, con pienezza (fulness), nel qui e ora, nell’onlife.
mercoledì 15 giugno 2016
LUMINA AD ANNUM
Freundlichkeit , Sensibilität und Poesie (Gentilezza, Sensibilità e Poesia) è ciò che traspare osservando l'arte di Angie von Bärenstein
Un mio doppio doveroso ringraziamento all'artista tedesca: il primo per
aver concesso l'uso di suoi disegni a china, come illustrazioni al mio
libro "Sentire e Meditare Onlife" e il secondo per aver inserito sul suo
sito, un link al mio blog "Onlife Meditation" e un link alla pagina di
Amazon per poter acquistare l'ebook di "Sentire e Meditare Onlife".
Danke, danke danke!
Vi consiglio di visitare il sito LUMINA AD ANNUM , foto, disegni e quadri... arte!
Vi consiglio di visitare il sito LUMINA AD ANNUM , foto, disegni e quadri... arte!
domenica 5 giugno 2016
RECENSIONE A "SENTIRE E MEDITARE ONLIFE"
Sentire e Meditare Onlife - recensione a cura del Prof. Antonio Di Bartolomeo, che Ringrazio di cuore.
Michele Farinelli, in arte FariNelly, nato a Ferrara 48 anni fa, ha
esordito su Pensieroplurale.it nel 2013, dando vita, nel 2014, a Onlife
Meditation, una rubrica di spiritualità e consapevolezza – attingendo
alla sua formazione come operatore Shiatsu e alla sua lunga esperienza
nel Tuina e nel Qi Gong – che ha avuto un grosso seguito di pubblico,
prima di diventare blog a sé e permettere al Nostro di cimentarsi con
successo nel campo della scrittura.
Il suo primo libro,
Riflettersi (2014), abbina poesia, saggistica e narrativa; ed era già un
segno di prodigiosa «trasmutazione alchemica del pensiero» (p. 12) in
parola scritta.
Recensioni Sentire e MeditareQui e ora ci
occupiamo invece di una seconda trasmutazione, dal titolo Sentire e
Meditare Onlife, suggestiva pubblicazione con appena un mese di vita,
eppure già in vetta alle classifiche dei libri più desiderati.
Si
tratta di un lavoro “fatto in casa”: una silloge di folgorazioni
poetiche, immagini dai tratti caratteristici dell’arte Zen e brevi
riflessioni filosofiche, frutto del progetto Onlife Meditatio Eszenziale
– degna prosecuzione dell’originaria già citata rubrica, ora anche
luogo di incontri di meditazione buddhista – un prodotto artigianale sui
generis, curato in ogni minimo dettaglio, perché il bello è nel
piccolo, perché bello è far da sé. Un self-publishing di tutto rispetto,
che, a differenza di molti libri-spazzatura, aggiunge
straordinariamente ed eccezionalmente valore al testo: condensa un
lavoro di manualità e intelligenza. Insomma, una rarità, una perla per
chi avrà avuto la fortuna di averlo. Io sono tra i pochi eletti ad
averlo avuto, dotato persino di dedica da parte del gentilissimo autore,
e amico. Per il quale nutro una profonda e sincera stima.
E se
in Riflettersi, con genuina lealtà, evidenziai (nella recensione, sia
pure un tantino aspra, che ne feci a suo tempo) qualche sconsiderata
traccia monistica, nel presente testo, con mio pieno compiacimento,
scorgo gradevolissime illuminazioni plurali.
Spazio infinito,
non vi è centro
come fuori,
così dentro (p. 41).
Lacerando
i troppi strati
d’illusione
vado vivendo
la realtà
di un istante
e l’Esistere
m’è possibile
in singolare pluralità (p. 22).
Inutile sottolineare che io avrei chiosato “plurale pluralità” oppure
“ineffabile pluralità”. Ma d’altronde, l’ossimoro (lacerante esso
stesso) già rivela, con portentosa energia, l’ineffabile pluralità
dell’Esistere.
Dove sono io,
dov’è l’Io?
Forse nella testa?
Nel cuore?
Nella pancia? (p. 25).
Si parte dal dubbio, dalla Domanda fondamentale, senza la quale neppure
vi sarebbero pensiero e poesia. Si approda nel mare magnum del Sé
consapevole-di-sé: il respiro lo annuncia, l’aria che entra ed esce ne
testimonia la presenza. E la mano è in grado di scrivere, non di getto,
ma per effetto di un’ispirazione miracolosa. Zampillano versi diretti e
mai accondiscendenti, né sciatti né permissivi, espressioni incantevoli e
rabbiose, come se a comporle fosse il respiro stesso, che dall’affanno
trapassa in quiete, al ritmo del cuore e del flusso vitale. È un
traguardo, per il poeta, che può trarre così un sospiro di «grande
sollievo» (p. 27), nella certezza, acquisita a fatica, di non essere da
solo.
Là dove
ogni divenire tace
la parola indietreggia
nella semplicità
riassorbita
come goccia
torna al suo
tutto (p. 50).
L’esortazione a vivere una vita semplice, per come si “presenta nel
presente”, senza filtri, senza lasciarsi condizionare da nulla, è da
approvare senza remore. «Vivere le nostre giornate centrati e
focalizzati nell’onlife, e quindi in equilibrio tra spirito e materia,
significa porsi in ascolto e saper cogliere le infinite sfumature di
tutto ciò che ci accade» (p. 58). Vivere onlife implica un percorso di
consapevolezza, che inizia ogni mattina «calzando le pantofole» (p. 60).
Implica movimento; essenzialmente, dello Spirito. Il tragitto da
compiere è lungo e tortuoso, agognato pellegrinaggio nelle sacre e
impervie terre dell’io. Non serve alcun kit del viandante, tutto ciò che
serve è già in noi, in paziente attesa: è «la necessità di scoprirci»
(p. 62). Necessità e opportunità al contempo. Va colta a volo. Solo chi
comincia un viaggio cambia se stesso. E se anche sembri tutto immobile,
dentro e fuori, di essere sempre al palo, di non avanzare di un pollice,
la realtà è ben altra: tutto sta cambiando, ciò in cui crediamo muta,
la nostra vita si trasforma. Tutto di noi diviene, inesorabilmente e
silenziosamente, nel non-luogo dello Spirito.
Il Silenzio è la lingua dello Spirito
[…]
Il Silenzio genera il vagito
[…]
Il Silenzio è cura di sé (p. 30).
Il Silenzio
accoglie tutto
nel suo
non-giudizio (p. 36).
Più nulla da dire,
più nulla da fare,
eterna lotta
tra sentire e pensare (p. 40).
Il silenzio non si può fare. Il silenzio c’è appena non si fa niente (p. 65).
Ricorda, quello della “meditazione silenziosa”, caldeggiata e praticata
dal Nostro, il “mushin” (espressione derivante dalle pratiche Zen e
dalle arti marziali giapponesi, letteralmente traducibile come
“non-mente”, indispensabile, tra le altre cose, per il buon esito di un
combattimento). L’io si eleva a «un piano differente» (p. 17), sino a
prendere dimora nella coscienza globale – leggi: nel cosmo plurale – ove
mente, corpo e mondo si manifestano spontaneamente, riscoprono «il
senso della vicinanza» (p. 8) e assaporano «ciò che è alla [loro]
portata» (p. 9). Si assiste così all’apertura del pensiero – uno
«sgabbiare il tappo» (p. 11) – all’infinita interiorità, conditio sine
qua non della più idonea risposta alle continue sfide della realtà
quotidiana. Il risultato è anche una trasfigurazione della realtà
medesima, che appare adesso in tutta la sua forza evocativa: «pura
accoglienza senza giudizio, come nuvole che passano nel cielo» (p. 11).
Il vaso si è aperto
tutto è in circolo,
nulla ritorna
nulla è perso (p. 18).
E ancora, con una venatura malinconica:
Risalendo la
china
d’un tempo beffardo,
vado svelando
l’illusione
delle cose (p. 21).
Eppure, nell’illusione del vivere, siamo chiamati alla più concreta
“religione del prossimo”, al rispetto per le idee altrui, al rispetto
per l’altro, chiunque esso sia, anzi, indipendentemente da chi esso sia.
Al rispetto per ogni credo e ogni divinità, nella coesistenza pacifica e
solidale di tutte le religioni. Si va così al di là della
configurazione tradizionale di religione monoteistica. Qui e ora, si
contempla «la vita in tutte le sue forme» (p. 64). Si afferma la
pluralità delle culture, ognuna con una sua specificità (sia pure
mutevole); citando Panikkar: «Idee e stili di vita sono tipici di un
luogo e difficilmente trasferibili altrove» (p. 66). Se non lo si
riconosce, questo dato costitutivo della realtà socio-culturale – che
alcune discipline “umanistiche”, come l’antropologia etnografica o come
l’ermeneutica d’ispirazione heideggeriana-gadameriana, avevano
sapientemente posto all’attenzione sin dagli inizi del Novecento – si
rischia di cogliere la rete indissolubile dei rapporti interpersonali e
sociali in termini monistici, limitando l’analisi alla ricerca di
“tratti comuni”, come se fosse possibile (e addirittura auspicabile)
pensare le “parti” come tasselli di un tutt’Uno, unico e compatto.
L’altro è una copia di me stesso… privo di ogni alterità, di ogni
differenza, persino “topologica”; l’altro è già qui, nella mia mente;
non c’è desiderio di conoscere l’altro. Non c’è amore.
Tutto va
fatto con amore. Anche una caprese. Se non si prestasse una cura
meticolosa nella preparazione e si componesse un piatto “piatto”, senza
passione, senza il rispetto per «ogni elemento» (p. 69), non si
gusterebbe mai il sapore dell’universo intero, quel pluriverso che si
cela oltre (e persino dentro) la caprese stessa. L’amore dunque è la
fonte vitale che ispira il cammino di un cercatore dello Spirito.
I fiori selvatici insegnano che la bellezza la si può trovare in ogni luogo…
Allora, non dimenticare mai, mio umile e silenzioso pluraco, che non c’è una sola fonte della bellezza e dell’amore.
sabato 4 giugno 2016
MI CERCO
Mi cerco,
come cerco gli occhiali
che ho sulla testa.
come cerco gli occhiali
che ho sulla testa.
Sono qui, tutto con tutto, e lo so!
Lo so, ma mi cerco…
…nelle idee degli altri,
nei loro libri,
nella loro poesia,
nei loro film,
nella loro arte…
…nelle idee degli altri,
nei loro libri,
nella loro poesia,
nei loro film,
nella loro arte…
e di rimando,
infinite schegge di cristallo
della mia scomposta immagine
che mai ho perduto
ma che vado cercando,
come colui che urla nel deserto,
elevando l’altrui grandezza,
diminuendo la propria.
infinite schegge di cristallo
della mia scomposta immagine
che mai ho perduto
ma che vado cercando,
come colui che urla nel deserto,
elevando l’altrui grandezza,
diminuendo la propria.
Sono goccia di rugiada
che la Vita svapora,
perla su tela di ragno
riflessa in tutte
riflessa da tutte.
che la Vita svapora,
perla su tela di ragno
riflessa in tutte
riflessa da tutte.
Come l’occhio
non vede se stesso,
mi cerco nel posto
in cui Io sono,
da sempre,
non vede se stesso,
mi cerco nel posto
in cui Io sono,
da sempre,
Qui
ora.
ora.
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