IN CAMMINO
di michele farinelli
Il mio cammino,
inizia calzando
inizia calzando
la pantofola
del mattino.
Quando
si parla di cammini spirituali, io amo ripetere che il mio cammino ha inizio
ogni mattina scendendo dal letto. Non a tutti è dato di partire per il tempo
necessario di effettuare uno dei classici cammini (fisici) che più o meno si
conoscono: Santiago, Francigeno, della Rosa, ecc… e i motivi sono svariati,
riconducibili agli impegni famigliari, al lavoro, al tempo, al denaro. E già
qui potrebbero arrivare le prime obiezioni sul “volere è potere”, sul fatto che
si perde tempo in tante attività futili e quel tempo si potrebbe dedicare ad
altre esperienze e via dicendo, parole infinite che infrangono il silenzio, ma
chi è veramente in cammino, sa che il suo percorso ha come
meta un non-luogo, che ha (forse) nel pensiero intimo, il suo punto di partenza
ma del quale si ignora completamente la meta finale e il tempo di percorrenza.
Il
cammino spirituale è per sua definizione intangibile, non misurabile, privo di sentieri,
è un cammino pneumatico, vincolato al
respiro, alla riflessione continua e alla piena e profonda consapevolezza
mentale del momento presente.
A
nulla servono credenziali timbrate da mostrare agli amici o attestati di fine
percorso e nemmeno servono kit del viandante, tutto ciò che ci serve vive già in
noi in paziente attesa, ed è la necessità di scoprirci, di scendere (o salire) nelle
“aree” del Sé, “aree” che non definisco meandri, perché le immagino pienamente
illuminate ed illuminanti.
Il
nostro incedere incerto che crea il cammino, può dare la sensazione di
smarrimento o quella di essere ritornati su sentieri già percorsi, di essere al
palo, ma è una percezione errata, non è possibile tornare sugli stessi passi
già percorsi, perché il cammino ci cambia, modifica la nostra consapevolezza è la
evolve, anche se non lo crediamo possibile e ci vediamo girare sempre nello
stesso solco.
L’idea
del tempo lineare, sul quale poniamo inizio e fine del nostro esistere, ci
inganna perché la vita non è lineare, basta osservare un fiore che sboccia, un
cristallo di ghiaccio, lo sviluppo di un embrione, si parte da un centro che
sviluppa la sua forma verso l’esterno, ma questo sviluppo lascia una traccia che
resta aperta permettendoci il percorso a ritroso, verso il suo centro, verso la
fonte, l’origine. Non dovremmo forse aggiungere nove mesi alla nostra età
anagrafica? Non eravamo forse già presenti dentro i nostri genitori e ancora
prima dentro a nonni e bisnonni? Quando è iniziato allora il nostro cammino?
Una leggenda chassidica racconta che un angelo, prima del nostro arrivo qui,
cancella i ricordi della nostra esistenza precedente a quella terrena, ponendo la
punta del suo dito indice sul nostro labbro superiore, lo stesso gesto che noi facciamo
quando vogliamo indicare il far silenzio e di questo gesto angelico, rimane traccia
impressa nella fossetta che tutti noi portiamo sul labbro.
L’idea
del viaggio, quello fisico, misurabile, con una sua meta geografica, rimane e
resta importante, ma una sua assenza, non deve farci posticipare la “partenza”,
volenti o no, siamo tutti in cammino anche quando pensiamo di essere del tutto
immobili.



Nessun commento:
Posta un commento