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mercoledì 24 dicembre 2014

IN CAMMINO



IN CAMMINO
di michele farinelli


Il mio cammino,
inizia calzando
la pantofola
del mattino.




Quando si parla di cammini spirituali, io amo ripetere che il mio cammino ha inizio ogni mattina scendendo dal letto. Non a tutti è dato di partire per il tempo necessario di effettuare uno dei classici cammini (fisici) che più o meno si conoscono: Santiago, Francigeno, della Rosa, ecc… e i motivi sono svariati, riconducibili agli impegni famigliari, al lavoro, al tempo, al denaro. E già qui potrebbero arrivare le prime obiezioni sul “volere è potere”, sul fatto che si perde tempo in tante attività futili e quel tempo si potrebbe dedicare ad altre esperienze e via dicendo, parole infinite che infrangono il silenzio, ma chi è veramente in cammino, sa che il suo percorso ha come meta un non-luogo, che ha (forse) nel pensiero intimo, il suo punto di partenza ma del quale si ignora completamente la meta finale e il tempo di percorrenza.
Il cammino spirituale è per sua definizione intangibile, non misurabile, privo di sentieri, è un cammino pneumatico, vincolato al respiro, alla riflessione continua e alla piena e profonda consapevolezza mentale del momento presente.
A nulla servono credenziali timbrate da mostrare agli amici o attestati di fine percorso e nemmeno servono kit del viandante, tutto ciò che ci serve vive già in noi in paziente attesa, ed è la necessità di scoprirci, di scendere (o salire) nelle “aree” del Sé, “aree” che non definisco meandri, perché le immagino pienamente illuminate ed illuminanti.
Il nostro incedere incerto che crea il cammino, può dare la sensazione di smarrimento o quella di essere ritornati su sentieri già percorsi, di essere al palo, ma è una percezione errata, non è possibile tornare sugli stessi passi già percorsi, perché il cammino ci cambia, modifica la nostra consapevolezza è la evolve, anche se non lo crediamo possibile e ci vediamo girare sempre nello stesso solco.
L’idea del tempo lineare, sul quale poniamo inizio e fine del nostro esistere, ci inganna perché la vita non è lineare, basta osservare un fiore che sboccia, un cristallo di ghiaccio, lo sviluppo di un embrione, si parte da un centro che sviluppa la sua forma verso l’esterno, ma questo sviluppo lascia una traccia che resta aperta permettendoci il percorso a ritroso, verso il suo centro, verso la fonte, l’origine. Non dovremmo forse aggiungere nove mesi alla nostra età anagrafica? Non eravamo forse già presenti dentro i nostri genitori e ancora prima dentro a nonni e bisnonni? Quando è iniziato allora il nostro cammino? Una leggenda chassidica racconta che un angelo, prima del nostro arrivo qui, cancella i ricordi della nostra esistenza precedente a quella terrena, ponendo la punta del suo dito indice sul nostro labbro superiore, lo stesso gesto che noi facciamo quando vogliamo indicare il far silenzio e di questo gesto angelico, rimane traccia impressa nella fossetta che tutti noi portiamo sul labbro.
L’idea del viaggio, quello fisico, misurabile, con una sua meta geografica, rimane e resta importante, ma una sua assenza, non deve farci posticipare la “partenza”, volenti o no, siamo tutti in cammino anche quando pensiamo di essere del tutto immobili.



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